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La vecchia signora del riad: tra ironia e pregiudizi


Venerdì 26 marzo sono stati ospiti del Venerdì all’Alfieri lo scrittore Fouad Laroui e la sua traduttrice Cristina Vezzaro, che hanno presentato l’ultimo libro di Laroui dal titolo La vecchia signora del riad. Nato in Marocco, Laroui ha iniziato il suo percorso di studi a Casablanca e ha conseguito una laurea in Ingegneria in Francia e una in Scienze economiche in Inghilterra. Attualmente vive e insegna Scienze ambientali ad Amsterdam e si dedica alla scrittura.

L’autore ha dichiarato in apertura dell’incontro  che in lui convivono due anime, una scientifica e l’altra umanistica e ha citato la filosofia platonica come esempio, per dimostrare che non c’è una vera e propria dicotomia tra i due ordini di discipline ma l’una è fonte di stimolo per l’altra: il platonismo infatti affonda le proprie radici nella geometria. 

È seguito un dialogo tra l’autore, le professoresse presenti e alcuni allievi del liceo, grazie a cui Laroui ha potuto illustrare aspetti interessanti del suo romanzo. 

Come ha evidenziato la stessa traduttrice nella postfazione, La vecchia signora del riad ha una struttura “a matrioska”, ossia sono presenti vari piani narrativi; a tal proposito l’autore ha svelato che utilizza solitamente un metodo di stesura dei romanzi, che consiste nel partire da un nucleo narrativo, che poi arricchisce con le varie idee che sopraggiungono nel corso della scrittura. A fare da cornice del romanzo è la frivola contemporaneità parigina dei due protagonisti, François e Cécile, che circonda un contenuto più profondo e dal carattere storico, ossia la Guerra del Rif, toccando i temi dell’immigrazione e del colonialismo.  I due hanno inizialmente un atteggiamento carico di una serie di pregiudizi che provengono dal senso di superiorità che i Francesi nutrono nei confronti dei Marocchini, a causa del loro passato di colonialisti, aspetto che, secondo Laroui, spiegherebbe il motivo per cui la cultura francese sia meno propensa a entrare in contatto con quella marocchina, per quanto riguarda l’apprendimento della lingua per esempio, rispetto ad altre culture europee. 

Forse per questo  a contraddistinguere lo stile di Fouad Laroui è un sapiente uso dell’ironia, con cui l’autore smorza gli stereotipi e i pregiudizi, con i quali egli stesso si è dovuto confrontare nel corso della sua vita, avendo frequentato la scuola francese in Marocco e avendo viaggiato molto. Egli afferma che essi non sono di per sé una grave colpa, ma che occorre lavorare su se stessi per evitare che compromettano la propria relazione con culture alternative. A esemplificare questa tecnica nel corso della conferenza è stata letta una citazione tratta dal romanzo:

Mah, noi altri marocchini abbiamo sempre dieci versioni della stessa storia. È come la vita: la si può sempre raccontare in dieci modi diversi, no?”

Qui l’autore con autoironia mette in evidenza, proprio attraverso uno degli stereotipi attribuiti in genere ai Marocchini, il senso di inclusività dei suoi connazionali, perché questo loro modo di fare consente all’interlocutore di scegliere la versione che preferisce, facendolo sentire a proprio agio. Con questo espediente retorico l’autore tratteggia tutti i suoi personaggi, con i quali instaura sempre un rapporto di affetto e simpatia, ispirandosi a un consiglio di uno zio, anch’egli romanziere, secondo cui non si può scrivere se non si amano i propri personaggi.

Ruolo rilevante nel romanzo è assunto dal melangolo, albero situato al centro del riad, che affascina i due protagonisti al punto da indurli a scegliere proprio quell’abitazione, in cui scopriranno la storia avvincente e drammatica di Tayeb, grazie alla vecchia e misteriosa signora che vi abita. La pianta del melangolo, molto diffusa in Marocco, rappresenta il carattere labile e fuorviante delle apparenze: infatti, nonostante l’aspetto maestoso, i suoi frutti sono amari. Oltre ad avere questa valenza metaforica, il melangolo assume un ulteriore significato: esso raffigura la compenetrazione fra antico e moderno, come ha evidenziato Laroui.

L’incontro si è concluso con la spiegazione del rapporto che intercorre tra lo scrittore e la traduttrice Cristina Vezzaro, la cui collaborazione prosegue da molti anni. In primo luogo è necessaria una lettura integrale del testo in lingua, cui segue la traduzione e l’annotazione dei termini la cui comprensione risulta più oscura. Per risolvere i dubbi annotati la traduttrice si rivolge direttamente all’autore; questo talvolta non è sufficiente, poichè la resa di certi giochi di parole appare impropria ed è l’autore stesso a riformulare intere frasi al fine di ottenere una traduzione più fluida. È così che tra i due si instaura un rapporto di fiducia e complicità, nel quale la traduttrice gioca quasi un ruolo di “psicanalista”, come Cristina Vezzaro ha ricordato scherzando al momento dei saluti.


VENERDI’ ALL’ALFIERI! 26 febbraio 2021

ESPRESSIONE SENZA CONFINI

Incontro con i fotografi Ivano Piva e Claudio Cravero


«Segui la tua passione, ma rimani sempre con i piedi per terra». 

Si può sintetizzare così il pensiero di Ivano Piva e Claudio Cravero, due fotografi torinesi, ospiti del terzo incontro del Venerdì all’Alfieri tenutosi in videoconferenza il 26 Febbraio 2021. Ciascuno di loro ha presentato tre progetti che hanno caratterizzato la propria carriera, realizzati a partire da emozioni disparate talvolta contrastanti tra di loro. 

La prima serie di immagini ha introdotto i partecipanti all’incontro al mondo della fotografia pubblicitaria: colori caldi, purezza di forme, attenzione ai dettagli. Fotografo di moda, food photographer e insegnante allo IED, Ivano Piva, non trovando una fonte di ispirazione sufficiente nella fotografia commerciale, poichè questa è finalizzata a soddisfare le esigenze del committente e non le proprie, ha deciso di dedicarsi ai particolari della vita di tutti i giorni portando alla luce ciò che si tende ad ignorare. Da questa ricerca è nato Outside-Inside dove i dettagli esterni-interni della frutta e della verdura diventano i protagonisti di un percorso di ricerca e semplificazione reso manifesto al pubblico nella mostra tenutasi nel Castello di Monticello in provincia di Cuneo.

Altro oggetto di interesse per Ivano Piva è stato l’espressività degli occhi dei personaggi raffigurati con diversi stili in alcuni murales di artisti sconosciuti. L’emozione nasce non tanto dal conoscere gli autori dei graffiti, ma dall’azione del tempo su di essi, che aggiunge carattere all’opera.

Anche nell’arte di Claudio Cravero, fotografo di indagine ed esperimento e fondatore del FANTEATRO, appare centrale lo scorrere del tempo, in particolare nel progetto Fantasmi. Questo è espresso dai particolari che hanno fatto parte della vita delle famiglie, presenti nelle abitazioni da cui hanno successivamente traslocato e che adesso costituiscono per loro solo dei ricordi, e  anche dalla durata del lavoro iniziato nel 1996 e che non prevede ancora una fine.

Molto diverso il progetto History of Violence che, nato dall’esigenza di esternare emozioni che sono state fonte di un disagio interiore, è stato il risultato di un lavoro terapeutico e catartico. Presenta uno dei lati più oscuri dell’uomo, la violenza che non ha bisogno di una rappresentazione esplicita: uomini e donne sono ritratti come in un dipinto d’autore; non vi è traccia di sangue né si vede il viso delle vittime, ma solo l’arma del delitto.

L’interesse di Cravero si sposta infine all’esterno in Uganda e in Bangladesh che, rispettivamente nel 2015 e nel 2017, diventano teatro delle sue documentazioni impregnate di storia e di esperienze diverse. Con l’intento di presentare un mondo distante dagli stereotipi radicati da sempre nel pensiero comune, si focalizza sul lavoro dei chirurghi di un ospedale da campo, sulle comunità di Jajabor e sulle baraccopoli nelle capitali per mostrare la crescita dei continenti grazie al grande potenziale dei giovani. 

Entrambi i fotografi concludono l’incontro con questa idea comune: le immagini possono creare un dialogo diretto con il pubblico, più di quanto possano le parole

E dopo tanta bellezza e suggestione, non si può’ che confermare che il dialogo è andato a buon fine.


VENERDI' ALL'ALFIERI! 4 febbraio 2021

Incontro con lo storico Gianni Oliva


«La storia è un punto di vista, il modo in cui il presente guarda al passato».

Così apre il suo intervento il docente ed ex preside del nostro liceo Gianni Oliva, riprendendo una celebre citazione dello storico Marc Bloch. In occasione del venerdì dell’Alfieri tenutosi il 4 febbraio, egli mette in evidenza il bisogno di trasformare la memoria familiare della Shoah in conoscenza storica, cioè indagare e capire le cause di un fenomeno così drammatico. Infatti è necessario combattere il pregiudizio secondo cui il nazismo sia stato concepito da menti prive di senno perché, come testimoniato dal rituale di entrata ai campi di sterminio, il sistema concentrazionario nasce da un progetto ben definito volto ad annullare l’identità del deportato e a schiacciare la sua forza psicologica.

Primo Levi ne I sommersi e i salvati sostiene che la colpa dei tedeschi, il popolo con uno dei più alti tassi di alfabetizzazione d’Europa e libere elezioni, è stata quella di rimanere in silenzio davanti alle atrocità del regime nazista. Essi non ignoravano il sistema concentrazionario in quanto consapevoli dello sfruttamento della manodopera schiavizzata da parte di aziende private. Questo atteggiamento testimonia la forza drammatica dell’educazione che, instillando l’immagine dell’ebreo come un nemico e un reietto, ha trasformato i tedeschi in un popolo di nazisti. 

Una strategia analoga fu adottata in Italia da Mussolini che per primo intuì i tre strumenti cardine di ogni regime totalitarista. Egli infatti non si concentrò soltanto sull’educazione giovanile e sulla repressione violenta dei suoi oppositori; comprese soprattutto la forza di manipolazione dell’opinione pubblica, secondo alcuni storici nata durante la Prima Guerra Mondiale. Un esempio di questo progetto è fornito dalla crescita esponenziale delle vendite dei supplementi illustrati del Corriere della Sera, creati per un pubblico di lettori del ceto medio- basso. Egli attuò dunque un vero e proprio controllo dell’informazione, tacendo verità e rendendo pubblico solo ciò che voleva divulgare, un sistema che fu estremizzato dal regime nazista.

Afferma Oliva : «Questo è il dramma dei totalitarismi: nascondono e occultano le coscienze». Infatti, non è sufficiente la cultura per contrastare simili esempi di discriminazione. Le vere chiavi per difendersi sono la coscienza e la consapevolezza perché, come sostiene Primo Levi ne I sommersi e i salvati: «È accaduto e può ancora accadere». Dunque, la conoscenza storica del passato deve essere funzionale a farci rimanere vigili sulle atrocità che ancora si consumano nella nostra contemporaneità, come la drammatica situazione dei migranti del Mediterraneo o dei lager bosniaci.
Il professor Oliva conclude il suo intervento con una toccante reinterpretazione della celebre poesia posta in apertura di Se questo è un uomo:


«Voi che vivete nelle vostre tiepide case
pensate se questo è un bambino
chiuso in un container per attraversare una frontiera,
su un barcone in balia delle acque del Mediterraneo
o gettato morto dalle onde su una spiaggia dell’Egeo.» 


VENERDI' ALL'ALFIERI!  18 dicembre 2020

Incontro con la traduttrice torinese Cristina VEZZARO  

Cristina Vezzaro, nata a Bolzano, dove ha studiato italiano e tedesco, coltiva fin da piccola una sviscerata passione per le lingue e per i testi musicali. Il suo lavoro consiste nel tradurre e interpretare autori contemporanei. La traduttrice, sensibile e attenta alla modernità, quando si appropria di un testo, porta avanti un vero e proprio atto di comunicazione, un intervento sociale. 

Viene presentata una parte del discorso della poetessa e saggista polacca Wisława Szymborska premiata con il Nobel nel 1996: si parla di ispirazione e curiosità. 

Dalla citazione emerge l’importanza del “non sapere”, che costituisce la forza del mestiere del traduttore e da cui nasce la curiosità di ricerca .

La relatrice, infatti, dichiara che l’errore più grande in cui si possa incorrere quando si traduce consista nel non capire che cosa non si sappia. 

Alla base del suo mestiere, si sono rivelati fondamentali la realtà in cui è cresciuta, che le ha instillato la passione per le lingue, e la frequentazione del Conservatorio, dove la musica le ha fornito gli strumenti per avvicinarsi ai testi come suoni e non solo a livello semantico. 

Dopo aver frequentato l’università a Ginevra, lavora per un certo periodo all’estero, per poi rientrare in Italia. La dottoressa Vezzaro dal 1995 si è dedicata interamente alla traduzione, consapevole del fatto che sia un mestiere molto solitario e che, di conseguenza, richieda passione e dedizione.

La prima collaborazione importante è stata con la rivista Internazionale ed è significativo il fatto che lei l’abbia ottenuta grazie agli studi al Conservatorio: è evidente come la sua formazione musicale abbia avuto un seguito anche nella vita professionale.

Successivamente supera una prova di traduzione pubblica e inizia così a tradurre per ISBN Edizioni. Ha sempre regolarmente tradotto letteratura dal tedesco, poi anche dal francese e dall’inglese. Il primo libro che è stata chiamata a tradurre era un testo teatrale: interessante come ancora una volta la musica ha segnato la sua carriera. Infatti, la traduttrice ha tentato di riprodurre la musicalità del testo.

Nel 2009 avviene quella che lei ritiene essere stata la sua “maturità” a livello professionale: dopo aver reso in italiano un libro di un autore tedesco, sente la necessità di recarsi a Berlino per collaborare con lui. Lo scrittore è stato in grado di aiutarla ad avere la fiducia necessaria per staccarsi dalla paura di commettere un errore e per consentirle di appropriarsi di un testo e di riscriverlo a pieno nella sua lingua. 

Negli ultimi anni nasce in lei il desiderio di rendere più visibile il mestiere del traduttore: dà così vita a un blog, chiamato Authors and Translators, e inizia a dedicarsi alla traduttologia. Ciò le permette di intraprendere un dottorato, che la costringe a rimettersi in discussione ogni giorno.

L’Italia, paese esterofilo, valorizza il mestiere del traduttore.Infatti, molti editori inseriscono in copertina il nome del traduttore e, grazie alla cosiddetta ‘scatola nera del traduttore’, egli ha uno spazio per raccontare il processo di traduzione e per spiegare lo scopos della traduzione, ovvero la linea traduttiva, al lettore.

L’abilità di un traduttore risiede nella capacità di mantenere lo stile utilizzato dall’autore del romanzo che deve tradurre e di interpretare il testo, possibile attraverso una profonda empatia nei confronti dell’autore, ma anche dei personaggi. A tal proposito, è determinante l’incontro tra autore e traduttore, in quanto la scrittura è portatrice di ambiguità e giochi di parole ed è importante cogliere il vero spirito delle parole per rendere al meglio la traduzione.

Diventa fondamentale viaggiare, che si intreccia e lega profondamente al mestiere di traduttrice: ad esempio solo dopo un viaggio a Venezia in cui si imbatte in un fondaco di tradurre in quel modo la parola “entrepôt”, per restare il più fedele possibile al testo originale. Consiste, infatti, proprio in questo il mestiere di traduttore: essere attento ai dettagli anche apparentemente trascurabili, perché è lì che si racchiude l’essenza del libro. Proprio in questo contesto le capita di prestare particolare attenzione a parole invertite nell’ordine oppure trattini che mantiene o modifica in base alla resa più consona del significato profondo dell’opera. Questa cura dettagliatissima dei particolari si può esemplificare ancora con un libro che parlava di un migrante marocchino che cerca di arrivare in Europa per diventare qualcuno, ma muore prima diventando nessuno. Questo gioco tra l’essere qualcuno e nessuno è alla base del libro, ma anche alla base delle scelte linguistiche anche più nascoste, per cui un’attenzione rigidissima è alla base della resa nelle altre lingue. 

Uno dei principali ostacoli di un traduttore è la traduzione dei giochi di parole, che la dottoressa Vezzaro ha reso talvolta ricorrendo all’aiuto dell’autore stesso e con una modifica sostanziale delle parole utilizzate, oppure ancora passando attraverso il latino.

È in una citazione de La babele dell’inconscio di Jacqueline Amati-Mehler, Jorge Canestri e Simona Argentieri che Vezzaro trova il senso ultimo della traduzione: “Non è la parola magica che bisogna trovare, ma il senso della magia della parola”. Il traduttore guarda al suo bagaglio di conoscenze accumulato con lo studio e con i viaggi e ascolta la parola per essere in grado di trasportarne non solo il significato o il suono ma anche il sapore. Il filosofo francese P. Ricœur parla di hospitalité langagière, l’idea che si possa dare ospitalità a un’altra lingua e che con essa sia possibile far sentire a casa ciò che viene tradotto.

Talvolta i dubbi di traduzione sorgono all’interno di una stessa lingua perché, sorridendo, la traduttrice ci racconta come talvolta si rischia di cadere nei regionalismi o in un lessico familiare ma incorreto (come il piemontese “solo più”).

Ma Cristina Vezzaro non è solo una traduttrice. O per lo meno non solo di testi.

A Parigi frequentò la Shakespeare and Company (storica libreria sulla Rive Gauche) e, coinvolta nella scena della poesia anglofona parigina, componeva poesie in lingua inglese. Nel 2013, parlando di questa esperienza con Giampaolo Pretto, musicista e compositore, venne fuori l’idea di una collaborazione: Nine rooms. Pretti aveva scritto una composizione musicale per flauto e violoncello (accompagnati da un’orchestra da camera) divisa in nove brevi brani, e Vezzaro, ascoltando la musica, compose nove poesie in inglese. L’ordine scelto era esattamente contrario a quello solito - per il quale è la musica ad accompagnare la poesia e non viceversa - ma ha dato forma a bellissimi componimenti che Pretto dice “rispettano completamente la mia idea musicale e rispecchiano davvero la parte più profonda e comunicativa dei miei brani”. Vezzaro parla di una “traduzione intersemiotica”, che va dalla musica alla parola ma che comunica, sebbene in modi diversi, le medesime emozioni.  (https://www.giampaolopretto.com/it/compositore/video.php)

È proprio questa immedesimazione che è al centro del lavoro di traduttore: come leggere di una madre che parla al figlio, prendere le emozioni della scena e farle proprie. 

Talvolta quella stessa immedesimazione che è al centro del lavoro di traduttore risulta invece più linguisticamente difficile quando si tratta di scrivere nero su bianco le proprie emozioni. 

Cristina Vezzaro, autrice di poesie oltre che abilissima traduttrice, come già ampiamente sottolineato, afferma che riesce a scrivere soltanto in inglese per il semplice fatto che riesce a “tradurre” in maniera molto più efficace i suoi sentimenti in una lingua altra all’italiano. 

Lo stesso Beckett sentì l’esigenza all’inizio di scrivere in francese, un idioma diverso da quello impostogli dal luogo di nascita, un porto sicuro in cui “far approdare” le sue emozioni, che espresse in inglese gli facevano tornare alla mente quel vissuto difficile che lo aveva profondamente segnato in giovane età. In fondo il poeta non è altro che “un traduttore senza testo originale” e dunque libero di dare forma alle proprie sensazioni nel linguaggio che meglio attecchisce alla sua anima in quel preciso istante. Talune volte è proprio la lontananza dalla propria lingua madre che fa sì che vi si possa tornare per trasportarvi ciò che in quel momento si percepisce nella propria interiorità. 

La stessa Vezzaro ha scelto, dopo anni di sola stesura in inglese, di scrivere in italiano racconti su donne straniere, immigrate che vivono a Torino. 

Trovo sia calzante, in conclusione la celebre frase dell’autore latino Publio Terenzio Afro “homo sum humani nihil a me alienum puto”: sono un essere umano, niente di ciò ch'è umano ritengo estraneo a me, a dimostrare come in fondo le emozioni e la nostra interiorità non sono altro che un filo rosso che unisce gli uomini di ogni colore e popolo.



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